I malvissuti di Kabul

Sono andato al centro di medicina di base locale per chiedere un po’ di Ambien: ero sveglio da tre giorni. Ho passato gli ultimi otto anni in Afghanistan, e sono appena rientrato, per sempre. Ne ho avuto abbastanza di quel dannato posto, non vedevo l’ora di tornare negli Stati Uniti. Volevo potermi spostare dove volevo, non dovere più avere a che fare con la polizia e i checkpoint dell’esercito, non temere più che degli stranieri mi facessero del male, non dovere più portare con me tesserini di riconoscimento e passaporto anche solo per recarmi nel negozio all’angolo.
12 AGO 20
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Sono andato al centro di medicina di base locale per chiedere un po’ di Ambien: ero sveglio da tre giorni. Ho passato gli ultimi otto anni in Afghanistan, e sono appena rientrato, per sempre. Ne ho avuto abbastanza di quel dannato posto, non vedevo l’ora di tornare negli Stati Uniti. Volevo potermi spostare dove volevo, non dovere più avere a che fare con la polizia e i checkpoint dell’esercito, non temere più che degli stranieri mi facessero del male, non dovere più portare con me tesserini di riconoscimento e passaporto anche solo per recarmi nel negozio all’angolo. Volevo la libertà di tenere una pistola per mia scelta e non dovermi giustificare davanti a qualcuno perché stavo esercitando i miei diritti sanciti dalla Costituzione.
Ho noleggiato un’auto all’aeroporto e sono andato alla mia fattoria abbandonata: ho trovato la casa in macerie e due cavalli liberi nel prato a sud. Non era così che avevo programmato le cose quando, quasi dieci anni fa, me ne ero andato per diventare un addetto alla sicurezza di reazione rapida. Avevo bisogno di qualche notte di sonno indisturbato prima di decidere che diavolo voglio fare ora.
Ho spiegato al medico che sono stato via per parecchi anni e che la mia donna se n’è andata qualche mese fa, dopo avere saccheggiato la fattoria di tutti i mobili e aver prosciugato il conto in banca. Non avevo dormito per i tre giorni che mi erano serviti per tornare a casa e avevo bisogno di un po’ di aiuto per riprendere il ritmo. Ho fatto una sosta a Denver per dire a mio figlio che non so come pagherò la retta del college l’anno prossimo, ma sto bene, mi serve solo qualche notte di fila di sonno per capire che fare.
Il dottore sembrava un tipo per bene, della mia età, in forma, superconcentrato, un buon ascoltatore.
“Dalton, abbiamo un protocollo da seguire per i veterani di guerra come lei e l’Ambien non è incluso”.
“Lo capisco, dottore, ma io non sono un veterano di guerra, sono solo un contractor e ho lavorato a Kabul per anni. Kabul non è zona di combattimento, il pericolo maggiore per gli stranieri a Kabul è l’alcolismo”.
Il medico mi ha spiegato che il mio status di militare o non militare è irrilevante. Il governo pretende uno screening per tutti i reduci dell’Afghanistan. Sul suo tablet è apparso un modulo e ha iniziato a farmi domande. All’inizio abbiamo parlato dei precedenti medici, poi è arrivato il momento dei combattimenti.
“E’ stato esposto a fuoco indiretto, attacchi con mortai, artiglieria o razzi?”.
“Sì”.
“Che tipo di fuoco indiretto: razzi, mortai o artiglieria?”.
“Razzi e mortai”.
Leggendo di nuovo sul suo tablet: “Quante volte è stato esposto a fuoco indiretto: da 1 a 5, da 5 a 10, da 10 a 15 o più di 15?”.
“Più di 15, ma è stato molto tempo fa, dottore, negli ultimi tre anni sono stato in giro qua e là per Kabul; il fuoco indiretto era nel 2004 e 2005, forse qualcosa anche nel 2006, ma niente da allora”.
“E’ stato esposto a dispositivi esplosivi improvvisati?”.
“Sì”.
“Il dispositivo era nascosto in un veicolo, una persona, un animale o si trattava di un dispositivo fisso?”.
“Sì”.
“Sì cosa?”.
“Nel corso degli anni mi sono imbattuto in dispositivi esplosivi improvvisati applicati a veicoli, persone, animali e interrati”.
“Quanti di essi sono esplosi?”.
“Tutti, per questo so che si trattava di dispositivi esplosivi improvvisati”.
“E’ rimasto ferito in queste esplosioni?”
“No, non sono stato colpito da questi dispositivi. Eravamo pagati per evitarli, ed eravamo molto bravi a farlo. Sono stato coinvolto solo una volta nell’esplosione di un dispositivo esplosivo improvvisato e si trattava di una carica di basso ordine”.
“E’ stato sottoposto a una Rmn o a una Tac?”.
“Sono stato sottoposto a una Rmn circa un anno fa”.
“Che cosa ha evidenziato?”.
“Che la mia spalla sinistra era lussata e c’era una rottura della cuffia del rotatore”.
“Intendo dire per le sue lesioni alla testa: per queste è stato sottoposto a una Tac o a una Rmn?”
“Non sono stato ferito alla testa”.
“Ma sì, Dalton, ne ha avute di certo”.
“Come lo sa?”.
“Perché lei afferma il contrario e questo è l’indicatore più chiaro che ne ha subite”.
L’ho guardato perplesso, in silenzio.
“I suoi precedenti indicano che è stato trattato per una ferita da arma da fuoco, giusto?”.
“Sì”.
“Me ne vuole parlare?”.
“No”.
“Perché?”.
“Perché è imbarazzante”.
“Avere un blocco o fuggire davanti al fuoco o qualunque cosa abbia fatto che l’ha messa in imbarazzo è una reazione perfettamente normale a stimoli estremamente anomali, Dalton”. Il medico ha alzato gli occhi dal suo tablet e mi ha guardato, in attesa. Ho messo su la mia Eon, espressione operativa neutra, e ho ricambiato lo sguardo. Il disagio è durato 30 secondi, poi ho ceduto.
“Non mi piace parlarne perché molti anni fa mi sono sparato in una gamba mentre estraevo dalla fondina una pistola 1911 senza inserire la sicura; per me è un argomento estremamente imbarazzante”.
Il medico ha ripreso a fissarmi; ho risposto di nuovo con la mia espressione operativa neutra.
“Dalton, lei lavora nel settore della sicurezza e in Afghanistan porta con sé una pistola come parte dei suoi compiti quotidiani, giusto?”.
Sapevo dove stava andando a parare e ho detto che questa descrizione non è tecnicamente corretta.
“Sono il country manager di una società che fornisce servizi di sicurezza, ma negli ultimi tre anni sono stato confinato a Kabul e solo nelle zone centrali della città, dato che i nostri clienti si muovono come all’interno di una scatola, un’area geografica delimitata molto piccola. Circa tre anni fa, dopo l’ennesimo colpo partito per negligenza a uno dei miei uomini fuori dal ministero delle Finanze, ho smesso di fornire loro le munizioni”.
“Che cosa ha fatto?”.
“Ho smesso di dare loro le munizioni; in ogni posto dove portiamo i nostri clienti ci sono almeno 35 agenti della polizia nazionale afghana che continuano a correre qua e là armati di fucili AK e se a qualcuno partisse un colpo nelle loro vicinanze lo crivellerebbero. Buoni, cattivi, sconosciuti, non importa: spareranno a chiunque faccia partire un colpo vicino a loro. Solo dopo che la sparatoria sarà terminata, cercheranno di capire cosa era successo. Quindi dico ai miei ragazzi che se mai individuassero un ‘assassino talebano’ con il loro sesto senso da uomini d’azione internazionali, la cosa migliore che potrebbero fare è puntargli contro una pistola scarica, gridare forte e buttarsi a terra per evitare di essere raggiunti dai colpi che la polizia nazionale afghana inizierà a sparare all’impazzata”.
A questo punto sono riuscito a ottenere l’attenzione del medico: assorbito dal mio racconto, ha dimenticato il suo tablet. Io, ancora sotto l’effetto del jet lag (e non essendo in grado di pensare in modo lucido), ho iniziato ad aprirmi.
“Tutto questo è irragionevole, Dalton. Ho il dubbio che mi stia prendendo in giro”.
“Non sto scherzando e inoltre, da anni, la Polizia nazionale afghana e la polizia segreta hanno adottato il pugno di ferro con le società straniere armate che forniscono servizi di sicurezza. Continuano tutto il tempo a confiscare veicoli corazzati, radio e armi, anche quando i documenti sono in ordine. Le altre società spendono una fortuna per ottenere la restituzione delle loro armi. Noi non spendiamo un centesimo per le armi confiscate o per ricomprare le munizioni. Dopo che gli ho spiegato la nuova politica sulle munizioni, il proprietario ha venduto tutte le armi funzionanti in nostro possesso attraverso il suo partner afghano. Ha poi acquistato un lotto di armi rotte per pochi spiccioli e quindi ora quando le nostre armi vengono confiscate lasciamo che la polizia segreta se le tenga”.
“Mi sembra una follia”.
“No, non la è. Pensare di poter sparare a qualcuno a Kabul e vivere per raccontarlo è una follia. I nuovi arrivati se ne lamentano tutto il tempo: ‘Perché non posso avere le munizioni, capo? E se i talebani mi vedono, capo? Che succede se esco dal veicolo e c’è un kamikaze, capo?’. Io dico loro la verità. E la verità è che sarà meglio per i clienti e per tutti noi se sono loro a farsi sparare. Se uno di loro apre il fuoco con un’arma e colpisce qualcuno, la folla locale farà letteralmente a pezzi loro e il nostro cliente, riducendoli a brandelli, a meno che la polizia nazionale afghana non abbia sparato all’impazzata per prima. Quindi, nella sfortunata ipotesi che vi troviate davanti a un assassino e non possiate scappare né in macchina né a piedi, lasciate che vi sparino perché è quello che vi meritate per essere scesi dal veicolo in un posto pieno di assassini”.
“Di solito continuano a menarsela parecchio su questa storia, così chiedo loro di farmi un esempio di una situazione in cui sono riusciti a riconoscere un ‘assassino talebano’, decidere che era una minaccia, estrarre un’arma e sparargli in testa in meno tempo di quello che ci vuole per rimettere il loro grosso culo sul blindato e chiudere la portiera. Generalmente, come risposta standard raccontano di uno che esce dalla camionetta con un cliente su un marciapiede affollato e che rileva una minaccia quando è a metà strada tra il cancello del ministero (o altro) e il veicolo. Ma davvero? E quale delle nostre fermate autorizzate include l’opzione di scendere dal mezzo su un marciapiede pieno di gente? La risposta non c’è. Noi portiano i clienti all’interno del cancello della destinazione richiesta e quando scendono generalmente si ritrovano circondati da almeno una decina di afghani armati”.
“Dato che sono io il capo, li istruisco a forza di esempi e ho un pezzo di legno nella mia fondina che ho inciso personalmente e poi dipinto di nero per farlo sembrare una pistola. Incidere il legno è una cosa che si può fare, e intagliare vari materiali è un ottimo passatempo per ammazzare le ore interminabili in cui dobbiamo restare seduti nelle camionette ad aspettare che i nostri clienti abbiano finito di lavorare”.
“La morale della favola, dottore, è che non dare le munizioni ai propri uomini e andare in giro con un pezzo di legno verniciato nella fondina probabilmente è la cosa più razionale che uno abbia mai fatto a Kabul negli ultimi dieci anni. Merito lodi per essere stato così maledettamente furbo, ma mi accontenterò di qualche notte di sonno tranquillo grazie all’Ambien”.
Il dottore era ancora lì che mi fissava e non capivo cosa stesse pensando, e mi faceva venire la pelle d’oca.
“Bene, sono sicuro che lei sia stato ben remunerato, vero?”.
Oddio, anche questa solfa che detesto… la solita vecchia storia del ‘chissà quanti soldi guadagnano i contractor’ che girava tanto sui media nel 2003. Una volta era vero, ma ora non più.
“Non guadagno poi così tanto, meno del 75 per cento delle migliaia di lavoratori del governo americano che vengono spediti nelle basi militari in giro per il paese a lavorare sodo per realizzare non so bene cosa, ma che non sembra granché agli occhi di un qualsiasi osservatore in Afghanistan. Quando ho pagato le mie tasse federali che ammontano, a forfait, a più di 20 mila dollari (e questo dopo che ho vissuto fuori dal paese 11 mesi su 12 per prendermi l’unica vacanza a disposizione dei contractor), puliti mi restano circa 115 mila dollari l’anno. Certo, è più di quanto guadagnerei stando qui, ma con tutto lo schifo che mi devo sorbire non è che sia poi tanto di più”.
“E allora perché resta per un compenso così modesto?”.
Stavo per dire che mi sparerei in testa piuttosto che fare un lavoro normale in un ufficio normale con una routine da pendolare ogni giorno, ma mi sono trattenuto e, non avendo alcuna buona ragione per passare tutto il tempo che trascorro all’estero, ho taciuto. Ho continuato a guardarlo negli occhi mentre lui fissava me. Questa volta ha smesso prima lui e ha guardato di nuovo il suo tablet, ha voltato una pagina, poi un’altra, e poi si è rivolto nuovamente a me chiedendomi: “Possiede armi da fuoco?”.
L’ho guardato ancora con la mia espressione operativa neutra e così ha rapidamente aggiunto: “E’ una domanda obbligatoria, Dalton, norme statali”, mentre mi mostrava il tablet, come se io potessi leggere quello che c’era scritto senza gli occhiali. E’ lì che mi sono ricordato che mio figlio mi aveva scritto qualcosa sul quaderno che porto sempre con me perché la mia memoria sta diventando poco affidabile. Ho chiuso gli occhi e mi sono concentrato per cercare di ricordarmi quello che aveva scritto. Era qualcosa del tipo: “Non dire a nessuno quello che fai, papà, perché penseranno che sei pazzo o pericoloso o entrambe le cose”.
Ho riaperto gli occhi e ho detto: “Vado in giro per Kabul con un pezzo di legno verniciato a forma di pistola, a che mi serve un’arma da fuoco in America?”.
Il medico ha ammesso che l’osservazione era sensata e poi mi ha dato la notizia. “Dalton, temo che lei sia affetto da una forma grave di Dpts (disturbo post traumatico da stress). In base al protocollo statale, le prescrivo dello Xanax fino al suo prossimo appuntamento”.
“Il prossimo appuntamento con chi?”.
“Con uno psichiatra”.
“Quale psichiatra?”.
“Quello che lo stato nomina nei casi come il suo.”
“Quanti casi come il mio avete?”.
“Nessuno, a dire il vero, ma guardi qui, Dalton: lei ha un disturbo post traumatico da stress e per decreto statale deve prendere lo Xanax e un buono per una dose”.
“Un buono per una dose? Una dose di che?”.
“La marijuana non solo è legale per le persone nella sua condizione, ma siete incoraggiati a consumarne e io, per parlarle chiaro, sarei molto più contento di sapere che prende lo Xanax e fuma un po’ di marijuana tutti i giorni mentre vive nel nostro grande paese. Di solito un buono per una dose costa 300 dollari, ma qui i veterani di guerra la possono avere gratis”.
Avrei dovuto prendere molto più sul serio quello che mio figlio stava cercando di dirmi; i ragazzi crescono così rapidamente e diventano intelligenti così in fretta che io ancora lo vedo come un bambino. Reazione tipica da padre divorziato, adesso me ne rendo conto. Aveva perfettamente ragione: il dottore mi ha preso per pazzo. Ma siccome io (lo ammetto, è un’autodiagnosi) sono l’uomo più sano di tutta Kabul, mi sono accorto che mi stavo mettendo in una brutta situazione da solo e così me ne sono stato zitto. Dovevo scoprire cosa diavolo fosse questo Xanax prima di cominciare a farne incetta e ad accumularlo, insieme all’erba approvata dallo stato, nella mia cantina. Non ho certo speso la parte migliore di un decennio in Afghanistan per niente: pillole ed erba sono l’equivalente americano del nascondere qualche etto di oppio secco per mettersi nei pasticci, una prassi comune laggiù in Afghanistan.
Tornare a casa sta diventando un viaggio pericoloso, ci potrebbero essere tempi duri davanti a me e sono un po’ arrugginito sull’Iff (vecchia locuzione militare che significa: distinguere gli amici dai nemici). Dovrei essere più prudente con gli sconosciuti. Ho soldi, pistole e droghe approvate dallo stato, ma mi manca una cosa che è diventata di vitale importanza per continuare a godere della mia libertà personale nell’America della speranza e del cambiamento: ho bisogno di un buon avvocato.
Questo è un dialogo di fantasia scritto da un contractor americano con anni di esperienza in Afghanistan e basato su elementi reali. E’ stato tradotto dal sito “Freerangeinternational”.
di Dalton Thomas
Questo è un dialogo di fantasia scritto da un contractor americano con anni di esperienza in Afghanistan e basato su elementi reali. E’ stato tradotto dal sito “Freerangeinternational”.